Il Coronavirus è qualcosa di sconosciuto, invisibile, che rappresenta un pericolo e fa paura. Non poterlo vedere, toccare, lo rende un terreno fertile in cui riporre tutti i nostri peggiori timori, come per un bambino i mostri del buio da cui difendersi. La paura è funzionale quando ci mette in allerta sulla presenza di un pericolo, affinché modifichiamo il nostro comportamento per evitare il pericolo stesso, e alcuni comportamenti che si stanno mettendo in atto rappresentano parte delle risposte più primitive che l’uomo agisce quando ha paura: la fuga. Allontanarsi dalla “zona rossa”, o ritirarsi in casa. Altra tipica risposta dell’uomo è l’attacco. Ma è difficile “attaccare” i mostri del buio, l’invisibile, per questo convivere con una paura simile è più difficile. Più facile è, invece, reificare i mostri e trattarli come tali: riempire cioè il buio dei pericoli peggiori che possiamo immaginare e comportarci come se avessimo prova che esistano davvero. Da qui, comportamenti come fare incetta di alimentari al supermercato, nel timore che il “buio” del Coronavirus nasconda ben altro oltre a quanto oggi è un reale pericolo: la paura di non potersi nutrire a sufficienza.

Un timore collettivo, inoltre, è un’occasione in cui  diventa più marcato il modo in cui il singolo si colloca rispetto alla collettività.

Quanto paura hanno gli altri del Coronavirus? E’ eccessiva o sottostimata? Quanta ne ho io? La risposta a queste domande solitamente è egosintonica (io percepisco di avere il giusto livello di paura), quindi contribuisce al proprio comportamento, all’idea che abbiamo di noi stessi e dei nostri simili.

Ad esempio, se alcuni sono ipocondriaci, io sono equilibrato; se invece sono incoscienti, io sono legittimamente preoccupato; mi distinguo cioè dagli altri, emerge la mia unicità rispetto alla collettività. Non a caso, molte sono le occasioni in cui si esprime il proprio pensiero, magari in contrasto con quello che viene visto come un “pensiero dominante” (ad esempio, se percepisco che “gli altri” hanno un livello di paura esagerato, rafforzo il mio sentirmi “non allineato” e questo diventa parte della mia identità).

Oppure il mio pensiero (e le mie emozioni) appartengono a quello che mi sembra il parere della maggioranza: siamo per la maggior parte preoccupati, ad esempio, e questo mi da un senso di maggiore appartenenza alla collettività. Siamo accomunati dalle stesse emozioni, mi sento capito dagli altri, ma rischio anche che l’altro, al buio come me, veda dei mostri più brutti dei miei e che inizi a vederli anche io.  

Non si può sempre fuggire, né si può attaccare un nemico invisibile: per questo il Coronavirus ci sta costringendo a convivere con la paura, sta mettendo alla prova la nostra capacità di accettare questa emozione, di saper stare al buio. Il nostro occhio, nel passare dalla luce al buio, all’inizio non vede niente. Dopo qualche minuto inizia ad adattarsi alla visione notturna, consentendoci di percepire alcuni elementi dell’ambiente, di “vedere” qualcosa anche al buio. Nell’attesa che torni la luce.        

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